Gaia Vianello lavora da agosto scorso come volontaria di COOPI in Marocco. Collabora al progetto Albamar, che mira a favorire il rientro nel tessuto sociale, civile ed economico degli emigrati sia in Marocco, nella regione Tadla-Azilal e Chaouia-Ouardigha, sia in Albania.
Gaia si è concentrata in modo particolare su un progetto riguardante le donne ed ha potuto condurre una ricerca molto dettagliata. Ce la mette volentieri a disposizione in termini molto semplici, testimoniando quanto è difficile “tornare indietro”, specie per le donne.
“Hafza lavora nel negozio d’alimentari di famiglia a Beni Mellal. Ha sedici anni ed è tornata un anno fa in Marocco, dopo aver vissuto per tredici anni a Faenza: “Mio padre voleva tornare a casa, aveva nostalgia del suo paese. Io invece sono cresciuta lì e volevo continuare il liceo. Così l’ho convinto a lasciarmi con mia sorella, mentre lui e mia madre e mio fratello sono tornati a Beni Mellal. Ma da sole era dura, così dopo un anno li ho raggiunti. […] Adesso è un po’ difficile, perché non so scrivere l’arabo e quindi non mi hanno accettata a scuola. Lavoro nel negozio dei miei, ma spero di tornare in Italia prima dei miei diciotto anni, per regolarizzare i miei documenti e finire il liceo.”
Come Hafza sono tante le donne migranti marocchine, giovani e meno giovani, che ritornano al loro paese d’origine, portando con sé storie diverse.
Infatti parallelamente all’aumento delle donne nella migrazione dal Marocco verso l’Italia, si assiste, negli ultimi anni, al fenomeno direttamente proporzionale dei ritorni femminili, siano essi forzati o volontari.
Tuttavia una quantificazione precisa dei flussi di ritorno delle donne è per il momento impossibile, per due ragioni fondamentali: innanzitutto una mancanza d’interesse per un approccio di genere applicato ai ritorni in Marocco, motivo per cui gli studi e le azioni a favore dei migranti di ritorno sono rivolti alla popolazione migrante in generale, senza una distinzione di genere e delle problematiche differenti che questa distinzione comporta.
Si è inoltre riscontrata una difficoltà nel mettersi in contatto con le donne che fanno ritorno in Marocco, per questioni legate al tessuto socioculturale del paese, che vede la donna come attore sociale di seconda categoria.
Per cercare di ovviare a questi problemi COOPI, all’interno del progetto “ALBAMAR” per la reinserzione socioeconomica dei migranti di ritorno nelle regioni Tadla-Azilal e Chaouia-Ouardigha in Marocco, ha deciso di intervenire attraverso una ricerca sul terreno sulle migrazioni di ritorno femminili.
Quest’esperienza ha permesso di cominciare a farsi un’idea sulla tipologia di donne che rientrano nel loro paese d’origine, sul perché del loro ritorno e sui problemi che esse si trovano ad affrontare una volta conclusa l’esperienza migratoria, che si sono dimostrati essere completamente diversi da quelli affrontati dagli uomini.
Infatti, sebbene per entrambi le difficoltà maggiori dipendano da fattori economici, il disagio delle donne di fronte al fallimento del progetto migratorio si rivela assai più profondo, a causa della percezione e dell’auto percezione all’interno della società marocchina.
Le donne marocchine, soprattutto quelle che abitano nelle zone di campagna, dispongono tuttora, nonostante gli sforzi fatti dal Re e dal governo per cercare di cambiare la società e la cultura del paese in questo senso, di una libertà molto limitata, e costantemente sottoposta al controllo del capofamiglia, sia esso il padre o il marito. Esse non hanno inoltre di alcuna possibilità autonoma di movimento, ritrovandosi per la maggior parte del tempo all’interno delle mura domestiche, dalle quali possono uscire solo per motivi precisi e giustificati.
Da questo è risultato che la difficoltà maggiore affrontata dalle donne migranti di ritorno è proprio quella di aver la possibilità di condividere la propria esperienza e di avere accesso ai programmi di assistenza.
Effettivamente, durante l’esperienza di ricerca sul terreno, le donne intervistate hanno rivelato una forte necessità di poter aprirsi e condividere la propria esperienza, nonché avere accesso a consulenze e ad informazioni utili a risolvere la loro situazione socioeconomica una volta ritornate in Marocco.
Rahma, madre di due figlie nate in Francia, tornata in Marocco da ormai ventidue anni mi racconta: “Da quando siamo tornati io non vivo più, sopravvivo… nella mia testa ci sono sempre i problemi di soldi, vorrei potermi comprare una macchina da cucire, per fare qualche lavoretto qui in casa con le mie figlie e mettere da parte qualche soldo… oppure poter ripartire, tornare in Francia”.
Come per gli uomini che rientrano in Marocco, anche per le donne, in assenza di qualche possibilità concreta di reintegrazione economica nel paese, il chiodo fisso rimane quello di ritentare la fortuna e provare a tornare in Europa, attraverso la regolare richiesta di un visto o più spericolatamente attraverso matrimoni combinati, contratti comprati a cifre folli e attraversate di fortuna.
I profili più comuni sono di donne partite giovanissime, al seguito del marito che lavorava già in Europa, e il viaggio ha rappresentato per loro la prima occasione di muoversi dalla città d’origine.
Spaesate, senza parlare la lingua del posto, si sono ritrovate in molti casi a passare mesi interi senza comunicare con nessuno e senza uscire da casa, vivendo come creature invisibili nelle città del sud dell’Europa.
È quello che è successo a Souad: “Mi sono sposata a diciannove anni e subito siamo partiti in Italia, a Vercelli. Lì non ho conosciuto nessuno, perché non parlavo la lingua e mio marito non voleva che trovassi un lavoro. Sono rimasta sei mesi chiusa a casa, uscivo solo per fare la spesa. Poi per le vacanze siamo tornati in Marocco, io ero appena rimasta incinta. Mio marito dopo un mese se n’è ritornato in Italia, portandosi via tutti i documenti e mi ha lasciata qui”.
Molte delle donne che rientrano volontariamente, in realtà sono costrette a farlo perché si trovano in condizioni di debolezza, sia economica che sociale. Una volta tornate, molto spesso sole in seguito a divorzio e con figli a carico, devono affrontare una situazione doppiamente dolorosa: da una parte il senso di fallimento del progetto migratorio e matrimoniale, dall’altra la vergogna nei confronti della società locale, dalla quale una donna giovane, divorziata e con figli non è vista di buon occhio.
In generale la ricerca ha fatto emergere diversi profili di donne di ritorno ed una pluralità di situazioni personali, familiari e sociali, per cui risulta difficile parlare di una migrazione di ritorno femminile e sarebbe più appropriato parlare di migrazioni di ritorno femminili. Tuttavia le loro storie sono riconducibili a delle situazioni tipo, proprie del contesto socioculturale da cui provengono, che ritrovano le loro cause in due motivazioni principali, quella economica e quella del forte impatto sociale rappresentato dalla figura del migrante di successo, persona da imitare, da seguire e se possibile da sposare“.





mi interesserebbe molto fare la volontaria in questo progetto di aiuto alle donne di ritorno in Marocco dall’Italia, donne che si ritrovano in assenza di possibilità die ssere integrate nell’economia del proprio paese.Vi ho già inviato il mio curriculum vitae
sono marocchina, sono insegnante d’italiano e traduttrice , sono disposta ad aiutare questi migranti rimpatriati, basta chiedermelo.
Sono disposta ad impartire lezioni sia in italiano sia in francese o in arabo in qualsiasi zona del Marocco
ho lavorato per due anni a casablanca come tecnico per macchinari orafi e mi sono reso conto che la vita delle donne li e molto piu dura di quello che si pensa.verissimo che dopo il ritorno in marocco ci sono dei grandi scompensi da parte delle donne riguardo anche al ritmo di vita fuori dal proprio paese sia economicamente che moralmente.
io sn studentessa universitaria delle scienze politiche, io sn di origine marocchina, due mesi fa ero in Marocco per vacanza ed ho visto la situazione dura che vivono le donne del marocco. Sn disposta ad participare a qst progetto