
Laura Canali, operatrice di COOPI in Uganda.
Laura Canali lavora nel Nord Uganda con COOPI, nel Distretto di Oyam, all’interno di un programma per il supporto a donne e bambini vittime di violenze. Ci ha scritto alcuni giorni fa per raccontarci la storia di M.
In Uganda COOPI – Cooperazione Internazionale sta implementando nel Distretto di Oyam, nel Nord Uganda, la componente Sgbv (Sexual & Gender Based Violence) di un più ampio progetto di Reproductive Health, in partnership con CUAMM e con il finanziamento dell’Unione Europea. Il distretto di Oyam è un distretto di recente costituzione e le strutture amministrative sono ancora in fase di allestimento, soprattutto per problematiche inerenti la Sgbv.
Le violenze di genere (prevalentemente su donne e bambini) sono purtroppo molto diffuse e in alcuni casi culturalmente “accettate”, alimentate dal contesto di violenza nella quale la popolazione è sempre stata costretta a vivere. Scopo di questo programma di SGBV è da un lato offrire alle vittime supporto psicologico e materiale, mettendole in contatto con i servizi utili presenti sul territorio, in primis le strutture sanitarie, e dall’altro di sensibilizzare la gente sul problema del SGBV e delle sue conseguenze sulla comunità stessa.
Sogni d’Oro piccola M.
di Laura Canali.
Si chiama M., ha 2 anni e mezzo e viene dalla zona settentrionale del distretto di Oyam, nel Nord Uganda. Scende dall’enorme Land Cruiser Toyota con cui è stata portata all’Aber Hospital. Scende da sola, con un salto, sotto lo sguardo vigile del padre e di Mercy, una delle social workers del progetto che l’ha accompagnata.
Si guarda attorno stringendo nella manina una caramella ancora incartata. Mentre Richard, il driver, aiuta il papà di M. a scaricare la sua bicicletta dalla macchina, io la guardo con un sorriso e la saluto anche se so perfettamente che non capisce una parola di inglese. Lei mi guarda seria, io le tendo la mano e lei, dopo qualche attimo di esitazione, allunga la sua manina – quella senza caramella – sulla mia. M. ha un bel vestitino viola e giallo, un po’ sgualcito e con qualche buco, ma comunque un bel vestito. Non ha scarpe ai piedi, come moltissimi bambini da queste parti. Non sorride a nessuno, ma sembra tranquilla con la sua caramella in mano. Non piange neppure…sembra assorta nei suoi pensieri. M. ieri mattina è stata violentata.
Un venerdì piuttosto intenso all’ufficio di Coopi e Cuamm ad Aber. Le scartoffie oggi mi hanno costretta in ufficio, ma tra meeting con lo staff e training da organizzare, la giornata per me ed Eleonora scorre intensamente.
E in questo clima indaffarato, verso le 15.30 Mercy arriva nel mio ufficio dicendo che ha un’emergenza: una bimba di 2 anni e mezzo, vittima di violenza, è arrivata al Coopi Couselling Center di Anyeke, capoluogo del distretto, dove Tonny, il nostro Social Worker, ci dice che il reperimento del Pep (Post Exposure Profilaxis, per evitarle almeno il rischio di contagio da Aids) presso l’Health Center risulta un po’ problematico.

Lo staff di COOPI e Cuamm ad Aber, Uganda.
Proprio due giorni fa, io ed Emanuela, medico e Project Manager del nostro progetto, siamo state ad Anyeke per parlare con le autorità locali. Uno dei motivi della nostra visita era fare chiarezza sul rilascio della Pep, appunto, profilassi che prevede l’utilizzo di alcuni farmaci, su prescrizione medica, da assumere entro le prime 72 ore dal rapporto sessuale, quando si è stati esposti a rischio di contagio da Hiv.
Il nostro problema, parlando dei casi di Sexual and Gender-Based Violence (Sgbv), nasce dal fatto che una normale procedura medica interna prevede il preventivo test di entrambi i partners (se il rischio di contagio deriva da rapporto sessuale) prima di dare il Pep. Ma nei casi che trattiamo noi – violenza sessuale e defilement (rapporti con minori) – si tratta di reati, e dunque nel 99,9 percento dei casi il “partner” è scomparso o ricercato dalla polizia.
Capita spesso dunque che la macchina burocratica si impantani qui. E se si considera l’urgenza del Pep e il fatto che in tutto il distretto di Oyam il Pep è disponibile negli unici due ospedali dove ci sono medici (Anyeke appunto, e Aber, dove noi abbiamo il nostro ufficio), in un territorio dove le distanze possono essere infinite e difficili da coprire, è facile rendersi conto della drammaticità della situazione.
Le autorità locali si sono dimostrate sensibili alla questione e disponibili ad aiutarci a non rimanere impigliati nelle maglie burocratiche interne all’Health Center e ci hanno garantito che parleranno il prima possibile con lo staff addetto alla distribuzione del Pep, per agevolare la collaborazione tra l’Health Center e le vittime di Sgbv riferite loro dal Counselling Center Coopi.
Ma i tempi affinché un accordo preso a tavolino scenda a cascata verso il basso della struttura e si tramuti in un palpabile cambiamento sono lunghi, e la piccola M. è rimasta impigliata ancora nella maglia burocratica proprio poco prima che la matassa venisse finalmente sbrogliata.
Mentre Mercy si dirige con Richard ad Anyeke, io dall’ufficio chiamo Emanuela che oggi è a Kampala, e che in quanto medico ha più feeling di me – e conosce meglio – l’health staff di Anyeke. Lei inizia a fare una serie di telefonate e mi richiama dopo un quarto d’ora dicendomi che il laboratory assistant ha ricevuto istruzioni per fare il test, anche se solo alla bambina. Dopo circa mezzora Mercy, che nel frattempo ha raggiunto Tonny, il nostro social worker del Counselling Center di Anyeke, mi chiama per dirmi che il test è fortunatamente negativo (se fosse stata già positiva non avrebbe avuto senso fare il Pep), ma che per dare il Pep c’è bisogno della firma di un medical officer e che, essendo venerdì pomeriggio, non c’è più nessuno.
Richiamo Emanuela, che rifà una serie di telefonate prima di richiamare me e dirmi che sorella Gilda è in reparto maternità ad Anyeke, che lei darà la Pep alla bambina, ma che non essendo medico non ne conosce il dosaggio e dunque sta attendendo la chiamata di un medico dall’ospedale di Aber (cioè dal compound dove sto io) che le indichi il dosaggio necessario per una bimba così piccola. Tutto sembra risolto, quando chiama ancora Mercy dicendo che ora sorella Gilda conosce il dosaggio necessario, ma che ormai sono le 17 di venerdi e… la farmacia dell’ospedale di Anieke è chiusa! Per giunta sarà chiusa anche per il resto del week end, mentre le 72 ore scadranno per M. domenica mattina.

mercato di Loro, Uganda.
Quindi io e Christa, ginecologa, decidiamo di portare M. e il suo papà qui ad Aber, a quasi un’ora di macchina da Anyeke. Verso le 18 il Land Cruiser guidato da Richard, con a bordo Mercy e M. con il suo papà e la loro bicicletta, arriva nel parcheggio dell’ufficio.
Christa è già andata in ospedale a recuperare il medicinale necessario a M. per la profilassi, mentre mi faccio raccontare da Mercy qualcosa di più sull’accaduto. La persona che ha abusato di M. ha 16 anni, è un conoscente che ora è ricercato dalla polizia (denunciato dalla madre dello stesso).
Torna Christa dopo una decina di minuti e spiega al padre (con l’aiuto di Mercy, visto che l’inglese del padre non sembra ottimo) le modalità di assunzione: mezza pastiglia la mattina, mezza la sera per 28 giorni. Il papà di M. ne approfitta per chiedere al medico musungu (come vengono chiamati i bianchi nei paesi dell’Africa orientale) alcune spiegazioni riguardo le visite e le prescrizioni che le sono state fatte all’Health Center IV di Anyeke. L’autista Milton, nonostante il suo orario di lavoro sia abbondantemente terminato, appresa la situazione, corre di nuovo in ufficio per poter riaccompagnare a casa M. e il suo papà, non appena avranno finito.
Dopo una breve consultazione interna, decidiamo che è il caso che Christa proceda anche alla visita della bimba e alla compilazione del verbale della polizia che serve per poter procedere con la denuncia del reato. Mercy l’accompagna per distrarre M. durante la non piacevole visita; M. è davvero bravissima a non piangere. Si limita a qualche mugugno iniziale.
Io nel frattempo osservo, senza farmi vedere, il padre di M. che aspetta fuori. Sembra tranquillo… ha fatto molta strada per portare la sua bambina all’ospedale e ora chiacchiera con Milton. E osservandolo mi rendo conto per l’ennesima volta che da queste parti ci sono davvero poche cose che ormai riescono a sconvolgere la gente.
Al termine della visita, Milton aiuta il padre di M. a caricare la bicicletta sulla Land Cruiser. Poi il padre sale a bordo e si porta su anche M. (che a salire da sola stavolta non ci riesce… troppo alta quella macchina gigante per una bimba di 2 anni e mezzo). Le portiere si chiudono e ci salutiamo con la mano. Buona fortuna M. I nostri social workers continueranno a seguire il caso anche per i prossimi mesi, andranno a trovare M. e il suo papà, si accerteranno che tra un mese la bimba faccia l’esame del sangue per verificare che non abbia preso qualche altra malattia come ad esempio la sifilide, ma io difficilmente riuscirò a rivederla. Abitano in un villaggio piuttosto lontano e remoto.
La macchina si allontana e dopo qualche istante vengo catapultata di nuovo nella mia vita da musungo. Sono ormai le 19.30. Resto in ufficio ancora una mezz’ora, mentre si prepara la cena.
La serata trascorre tra una pasta pomodori e melanzane, un bicchiere di vino, quattro chiacchiere sulla lunga giornata appena trascorsa. Verso le 22.30 bussano alla porta. è Milton che mi riporta le chiavi dell’auto. Ha un aria stanca, e prima di augurarmi la buona notte mi dice solo una frase: “Lo hanno arrestato”. Sogni d’Oro piccola M.




verrò per la prima volta in uganda il 1° febbraio, all’interno del progetto casadellasperanza.org, nel nord dell’Uganda.
sto cercando in rete delle informazioni per saperne di più (anche se con me viene una persona che già un anno fa è stata da quelle parti). fa piacere vedere che ci sono connazionali che lavorano in dituazioni tanto drammatiche. un saluto
pier paolo