GAZA, SKYLINE DEL POST-CONFLITTO

testo e foto di Federica D’Amato,

operatrice di COOPI in Palestina.

Palazzi distrutti a Gaza city. Sullo sfondo il mare.

Palazzi distrutti a Gaza city. Sullo sfondo il mare.

Il primo giorno a Gaza. Pochi momenti per realizzare che è successo.
Non basta arrivare al border di Eretz per capire, devi attraversarlo e guardare oltre il muro che circonda la striscia la Gaza. Dall’esterno hai l’impressione di un paesaggio immutabile, sempre uguale a se stesso. Perché un muro non ti da la possibilità di sbirciare: puoi solo guardare oltre la sua altezza.
Passo il primo controllo per la verifica del mio lasciapassare, il soldato di servizio deve accertare che io abbia l’autorizzazione per entrare a Gaza. Mi permettono di entrare ma devo superare il controllo del mio passaporto.Cosa verificheranno ogni volta, non lo so! Mi chiedono quanto tempo rimarrò a Gaza, rispondo “Solo qualche giorno, due o tre“, quello che vogliono sentirsi dire. Mi augurano “Good luck” e mi fanno passare.
Devi attraversare due porte prima di uscire da Eretz. Due porte girevoli in cui immancabilmente ti si inceppano i bagagli. Al primo tentativo cerchi di inserirti dentro lo spazio disponibile con tutto il tuo armamentario, poi, ridendo delle tue strategie, provi inserendo un bagaglio alla volta: il primo si incastra e la porta come ogni volta si blocca. Accanto a questa porta roteante ce n’è una normale che si apre solo se suoni il citofono a sinistra e chiedi di aprirla ai soldati di turno. Non sempre è scontato che ti aprano! E dentro di te sai che, da dietro il vetro del piano superiore, hanno assistito ridendo alla tua avventura con la porta. Quest’oggi erano disponibili o forse divertiti dai miei tentativi e sono passata senza problemi.
A questo punto mi ritrovo in una sorta di tunnel di rete metallica che ti conduce all’interno della Striscia. Ad aspettarti trovi sempre i portantini. Due simpatici gazawi che, “costringendoti” a farti aiutare con i bagagli, ti fanno compagnia fino all’uscita.
Questa volta ad aspettarmi non trovo nessuno.Uno strano pensiero mi coglie. Inizio a percorrere il tunnel, quando sento il rumore di un carrello. Ecco che arrivava uno dei due gazawi: mi saluta e io rispondo con quelle poche parole di arabo che conosco, sempre le stesse. Lui ride e mi dice “bentornata a Gaza“. Mi chiede di aspettarlo un attimo, il tempo di trasportare verso Eretz i bagagli di un gruppo che stava uscendo.
Aspetto. Ritorna indietro e percorriamo insieme il tunnel. Mi dice che è da novembre che non mi vede e mi chiede più volte come sto, se la mia famiglia sta bene e se i miei bambini si sono spaventati per la guerra. E’ convinto che li abbia…io non tanto!
Da quando sono in Palestina che mi colpisce molto quanto gli arabi siano sempre pronti a chiederti come stai e insistano per saperlo veramente. Ti rendi conto di questo scambio di ruoli assurdo: loro si preoccupano per te, per il fatto che tu sei lontano dal tuo paese e dalla tua famiglia. Ma loro?Alcuni hanno appena perso la famiglia e molti non potranno mai tornare laddove sono nati.
Percorriamo a piedi insieme il tragitto che da Eretz porta a quello che chiamiamo il “Coopi border” (una stazione di sosta costruita da Coopi per permettere alle persone che attraversano il valico di fare una pausa). Un tragitto di un chilometro e mezzo, a cielo aperto, con la strada dissestata da precedenti attacchi, anteriori anche al 27 dicembre.
Da lontano intravedo Ashraf, operatore di Coopi. Mi viene incontro sorridendo, sorrido anche io e vorrei abbracciarlo. Durante la guerra, al telefono con l’amministratore locale a Gaza, avevo “minacciato” lo staff: “Appena riesco a entrare a Gaza, vi abbraccio tutti“. Nella loro religione una donna e un uomo non possono abbracciarsi in pubblico. Ma loro sono consapevoli che per la nostra cultura un abbraccio e’invece un modo per avvicinarti alla persona, per dirgli con il corpo “Io ti sono vicino e ti voglio bene”. Loro rispettano la nostra “gestualità culturale” ma per loro ha un significato diverso.
Ci stringiamo la mano, una lunga e intensa stretta. La stessa intensità che puoi percepire in un abbraccio, e intanto mi chiede come sto. E’ rassicurante. Mi dice che d’ora in poi sarà lui a badare a me. Il nostro capo missione gli ha detto di prendersi cura della nostra “Small girl”, come ormai mi chiamano. Ridiamo insieme. E’ paradossale, nonostante la guerra che hanno vissuto, è sempre lo staff locale che si preoccupa per l’incolumità di noi espatriati.
Ma chi si è preoccupato per loro durante quei giorni, chi li ha protetti? Nessuno.
Ashraf è sempre stato molto attento con tutti noi.. Mi sento tranquilla , sono nelle sue mani. Una compagnia di noleggio gli ha permesso di prendere una macchina e di venirmi a prendere. Ha provveduto a attaccare su ogni lato gli adesivi con il nostro logo e quelli della Commissione Europea. Uno anche sul tetto dell’auto. E’ sempre consigliabile rendere visibili i nostri spostamenti anche dall’alto, soprattutto durante un cessate il fuoco così instabile.
In macchina percorriamo la strada che ci porta a Gaza. Inizia il viaggio nel post-conflitto. Non sono gli stessi posti che conoscevo. Sembra un altro luogo. Ashraf mi racconta gli avvenimenti. Io osservo. Immagino di fargli capire con sospiri e occhi sgranati ogni particolare che mi colpisce, perché anche senza chiederglielo mi spiega ciò che è successo lì dove io guardo.
Ad un certo punto mi dice: “Federica, voglio mostrarti una cosa: prima della guerra, quando venivi a Gaza e passavamo di qui, dicevi che ti piaceva molto quella moschea. Guarda cosa ne è rimasto“. Nulla! Solo il minareto, in silenzio. Non penso potrà più diffondere alcun suono per richiamare i fedeli alla preghiera.

Gaza, moschea colpita. A lato rimane solo il minareto

Gaza, moschea colpita. A lato rimane solo il minareto

Sopra alle macerie della moschea dei bambini giocano e sorridono al nostro passaggio.

Gaza city, bambini sopra le macerie

Gaza city, bambini sopra le macerie

Poi mi indica una scuola, dei palazzi, la gente sulle macerie.

Gaza, la scuola colpita

Gaza, la scuola colpita

Uomini seduti sulle macerie a Gaza city

Uomini seduti sulle macerie a Gaza city

Arriviamo a Gaza, dove ci aspettava anche l’amministratore locale di Coopi L’uy.
Durante il conflitto con L ‘uy ci siamo sentiti spesso al telefono. Mi raccontava della situazione e di come il suo bambino era spaventato. Non riusciva più a dormire e appena la madre o il padre si allontanavano anche solo di qualche metro lui piangeva: non erano “capricci”. Ha dovuto iniziare a dargli delle medicine per farlo dormire e per tranquillizzarlo. Per sfamarlo, durante la guerra cucinavano con la legna dentro casa. Non avevano più ne gas, ne elettricità, ne acqua. Ci siamo sentiti così impotenti di fronte a quello che i nostri colleghi ci raccontavano. Eppure a volte erano loro che ci davano coraggio, ringraziandoci per le telefonate, dicendoci che li aiutavano a sentirci vicini.
Entro in ufficio e lo vedo che parla al telefono, sempre impegnato tra banche e fornitori. Sembra che non si sia mai fermato. Mi sorride e subito mi chiede se sto bene. Anche lui mi stringe la mano, intensamente, e mi dice bentornata, che bello che è rivedermi di nuovo a Gaza.
Con lui rido sempre molto quando lavoriamo. Cerchiamo in qualche modo di non farci sopraffare da tutte le lungaggini burocratiche dell’amministrazione.
Dopo la guerra, ci sono tanti problemi da risolvere. Le banche, ad esempio, non hanno liquidità. A tutta la popolazione però servono i contanti per poter comprare i beni di prima necessità. Il denaro non entrava a Gaza già da prima della guerra, la popolazione subiva da tempo anche un embargo “monetario”. I valichi erano chiusi e le banche non ricevevano il contante.
Speriamo che nei prossimi giorni qualcosa si muova.
Andiamo subito a una riunione tra il Ministero degli affari sociali e le ong internazionali. Parlano solo in arabo. Ashraf e L’uy ascoltano e mi dicono divertiti che nonostante io non capisca l’arabo, ho la faccia di una che sembra quasi comprendere quello che dicono. Cerco di celare quell’espressione tipica da punto interrogativo.
Dopo la riunione L’uy mi accompagna in giro per mostrarmi alcune parti della città. Le immagini parlano da sole. Io non ho più parole.

Gaza, il Parlamento palestinese bombardato

Gaza, il Parlamento palestinese bombardato

Edificio colpito a Gaza city

Edificio colpito a Gaza city

Gaza city, abitazione distrutta

Gaza city, abitazione distrutta

Gaza city, ospedale danneggiato

Gaza city, ospedale danneggiato

Palazzo colpito. Gaza.

Palazzo colpito. Gaza.

Gaza, edifici distrutti nella city.

Gaza, edifici distrutti nella city.

Gaza, tetto in macerie.

Gaza, tetto in macerie.

Prima di tornare a casa dobbiamo riportare la macchina alla compagnia di noleggio. Mi presenta il direttore che ci invita a tenere la macchina per tutto il tempo che ci serve. Sa che Coopi ha lavorato molto a Gaza prima della guerra e continuerà a sostenere la popolazione palestinese.Vuole ringraziarci dei nostri progetti passati e futuri con questo gesto e anche permetterci di osservare e capire per poi intervenire.
Nei prossimi giorni L’uy e Ashraf mi porteranno a vedere altre zone, ma prima vogliono essere sicuri che non ci siano pericoli.
Ora è notte. Sono sul terrazzo della nostra casa a Gaza. Anche il mare, il suo rumore e il cielo non sono più gli stessi dopo la guerra… forse perché anche l’animo con cui guardo e sento sono cambiati. Nonostante mi sforzi di non farlo trasparire, è successo!

Federica D’Amato

amministratore di COOPI in Palestina.

__________________________________________________

Per sostenere l’intervento di COOPI nella Striscia di Gaza:

gaza_def

Questo articolo è stato pubblicato in Paesi & Progetti, Testimonianze ed etichettato con , , , , , , , , , , , , , , , . Includi tra i preferiti il permalink.

9 risposte a GAZA, SKYLINE DEL POST-CONFLITTO

  1. matrix scrive:

    non ci sono parole………………………..

  2. Nico Porco scrive:

    vai fede, siamo tutti con voi. nico

  3. Alessandra scrive:

    Ciao Fede, come vedi, ho letto il tuo articolo..
    Sei grande!!! E ti sono vicina..

    Un abbraccio forte a te e..alla gene di palestina

    Alessandra

  4. Valeria scrive:

    Fede ti ammiro tanto, sei meravigliosa!!!!!!!
    Un abbraccio

  5. Gianfranco scrive:

    Cara Federica buon sangue non mente. Regards
    Gianfranco

  6. Ingrid scrive:

    Ciao Federica ti scrivo a nome mio e di tutti i volontari COOPI Piemonte ti ringraziamo per il tuo lavoro e voremmo farti sapere che per quanto possibile vi siamo vicini.
    Non ci sono parole per descrivere il fantastico lavoro che tu e tutto lo staff di COOPI state facendo in una situazione così difficile.

  7. Gianfranco scrive:

    Oggi festa della DONNA ricevi gli auguri che come vedi non hanno frontiere. Regards
    Gianfranco

  8. Basim scrive:

    ciao speriamo dopo tutto questo si po fare qaualcosa concreto

  9. oreste ruggeri scrive:

    federica,sei un bel frutto dell’arida terra del sud,continua a trasformare segni in sogni e vedrai che anche le pietre hanno un sangue vitale.Ti auguro ogni bene,Oreste medico.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s