di Luca Salerno.
Esmeraldas, Ecuador. Esmeraldas è una delle province più povere dell’Ecuador, si trova sulla costa nord del paese, al confine con la regione colombiana del Nariño. La popolazione è afrodiscendente, l’economia è prettamente rurale e piuttosto arretrata. AIDS, epidemie di dengue e malaria, alta mortalità infantile, inurbamento incontrollato, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, sono alcune delle principali piaghe di questo territorio.

Ecuador, Luca Salerno (COOPI) con alcuni beneficiari del progetto.
In quanto regione frontiera, Esmeraldas riceve un flusso continuo di richiedenti asilo colombiani, gente che fugge dalla propria terra a causa del conflitto tra paramilitari, FARC ed esercito colombiano che da ormai 40 anni perdura nella regione.
Si, salve Buenos dias.
Il mio nome è Josè. Sono colombiano. Perché sono qui? Siamo dovuti scappare………sapete com’è la cosa laggiù, difficile. Coltivavamo coca. Io prima questa pianta non l’avevo mai vista, ma un giorno, alcuni anni fa sono arrivati i guerriglieri e ci hanno costretti a coltivarla. La pianta della coca è resistente, permette tre raccolti l’anno. La lavoriamo un po’, poi vengono gli intermediari a comprarla.
Prima? Prima coltivavo caffé, ma la azienda del mio padrone è fallita.
Poi un giorno è arrivato l’esercito, hanno distrutto tutti i campi ed hanno detto che appoggiavamo la guerriglia. Ma chi li aveva mai visti quelli?
Allora siamo dovuti fuggire, non avevamo altra scelta. Non tutti hanno avuto questa possibilità, alcuni dirigenti sono stati portati via……no.. non sappiamo dove. Uno di loro era ferito…..
Da due anni COOPI è presente in questa provincia con il progetto Integrazione locale dei rifugiati nella frontiera Nord, finanziato dall’alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati – ACNUR.
In quanto agenzia esecutrice, il ruolo di COOPI è quello di disegnare ed eseguire progetti di emergenza che siano in linea e rispettino il mandato dell’ACNUR. Ovvero visibilizzare le persone che siano in necessità di protezione internazionale e migliorare le condizioni di vita sia di chi arriva chiedendo rifugio, sia delle popolazioni locali che ricevono questo flusso continuo di persone.
Vedete, io sono qui, con mia moglie e i nostri cinque bambini, c’è anche la moglie di mio fratello con i suoi tre bambini…. Mio fratello? aveva 23 anni mio fratello…. Era quello ferito che i militari hanno portato via….
No, venire fin qui non è stato difficile. Il difficile è stato iniziare da zero. Neppure i documenti di identità avevamo!
Per molti fuggire dal proprio paese è una scelta obbligata dovuta al clima di insicurezza generale. Spesso è impossibile esercitare i diritti di base come quello alla casa, all’educazione, a un lavoro dignitoso, alla salute. La stessa sicurezza personale non è garantita. Integrazione e protezione sono gli obiettivi della nostra presenza sul campo.
Gli ecuadoriani? Brava gente, alcuni un po’ sospettosi, ma hanno ragione, non tutti i colombiani che vengono qui sono buona gente.
Ho iniziato a lavorare, scaricavo travi di legno, mi pagavano 5 dollari al giorno, 12 ore di lavoro a spezzarmi la schiena come un mulo…
Poi sono arrivati questi gringos, questi bianchi, ci parlavano di rifugio, di diritti, della possibilità di organizzarsi e lavorare. Un progetto forse…chissà.

Escuela de Futbol, Esmeraldas, Ecuador. COOPI, ACNUR, ECHO e Fundacio' FC Barcelona.
Lavorando sulla linea di frontiera – in questa parte del territorio un fiume marca il confine tra Ecuador e Colombia – siamo entrati in comunità dove spesso la coltivazione e l’elaborazione della foglia di coca è l’unica fonte di reddito, e abbiamo cercato di dare un’alternativa dignitosa generando un cambio nella vita delle persone. Progetti come allevamenti di maiali e polli, coltivazioni di banane, yucca, mais, sistemi di trasporto dell’acqua o brigate mediche, hanno permesso di raggiungere comunità totalmente abbandonate e siamo entrati in contatto con quelli che l’ACNUR definisce “gli invisibili” ovvero tutte quelle persone in necessità di protezione internazionale che per paura, mancanza di informazioni o, a volte, per scelta, non sono a conoscenza degli aiuti che possono ricevere grazie al loro status di richiedenti asilo.
Spesso l’unica via di accesso ai villaggi di frontiera è il fiume, che attraversa un intricato e meraviglioso labirinto di isole di mangrovie. Il paesaggio cambia di continuo con le maree, che in questa parte del mondo raggiungono livelli incredibili. Il caldo è torrido, il tasso di umidità altissimo. Insetti di ogni tipo e animali selvatici sono una costante.
In questi villaggi non c’è energia elettrica, né acqua corrente. Il primo inconveniente si risolve con generatori a motore, ove sia possibile, mentre per l’acqua la soluzione è utilizzare quella del fiume e quella piovana, entrambe comunque assolutamente non potabili, perchè spesso non ricevono nessun trattamento. Amebe e parassiti intestinali sono la normalità.
La popolazione ecuadoriana di frontiera spesso vive nello stesso stato di insicurezza (narco-guerriglia e narco-paramilitari non hanno confini) e di povertà dei colombiani. Il nostro intervento ha sempre previsto la formazione di gruppi misti, dove colombiani ed ecuadoriani potessero lavorare insieme, spalla a spalla, abbattendo le barriere fatte di stereotipi e luoghi comuni e condividendo la fatica e i guadagni del lavoro.
E poi siete ritornati ancora, e quelle riunioni piene di parole si sono trasformate in fatti. Abbiamo deciso di credere nel progetto, di credere alle parole che ci venivano dette.
Io con i miei compagni ho dato quello che potevo, la manodopera e delle tavole di legno.
Adesso? Adesso non ho più paura, chissà se un giorno potremo tornare alle nostre terre! Però intanto allevo polli insieme al mio gruppo, non mi spezzo più la schiena scaricando legna. Anche mia moglie è entrata a far parte del gruppo.
Essere parte di un’esperienza come questa lascia il segno. Si parla e si lavora con persone che portano con sé storie al limite dell’umana sopportazione. La necessità spinge le persone a dare il meglio, e il peggio di sé. I bambini, ovunque numerosissimi, nonostante tutto hanno una voglia di giocare che sembra essere inesauribile. Il loro sorriso vale più di mille parole.
noi colombiani abbiamo avuto documenti nuovi, i bambini possono andare a scuola e la polizia non ci può più deportare. Quando siamo arrivati qui sembrava che la vita fosse finita. Adesso abbiamo un motivo per guardare avanti!
Luca Salerno
ex-operatore COOPI in Ecuador



