Laura Canali lavora nel Nord Uganda con COOPI, nel Distretto di Oyam, all’interno di un programma per il supporto a donne e bambini vittime di violenze. Ci ha scritto alcuni giorni fa per raccontarci la storia di M.
In Uganda COOPI – Cooperazione Internazionale sta implementando nel Distretto di Oyam, nel Nord Uganda, la componente Sgbv (Sexual & Gender Based Violence) di un più ampio progetto di Reproductive Health, in partnership con CUAMM e con il finanziamento dell’Unione Europea.Il distretto di Oyam è un distretto di recente costituzione e le strutture amministrative sono ancora in fase di allestimento, soprattutto per problematiche inerenti la Sgbv. Le violenze di genere (prevalentemente su donne e bambini) sono purtroppo molto diffuse e in alcuni casi culturalmente “accettate”, alimentate dal contesto di violenza nella quale la popolazione è sempre stata costretta a vivere. Scopo di questo programma di SGBV è da un lato offrire alle vittime supporto psicologico e materiale, mettendole in contatto con i servizi utili presenti sul territorio, in primis le strutture sanitarie, e dall’altro di sensibilizzare la gente sul problema del SGBV e delle sue conseguenze sulla comunità stessa.
Sogni d’Oro piccola M.
di Laura Canali.
Si chiama M., ha 2 anni e mezzo e viene dalla zona settentrionale del distretto di Oyam, nel Nord Uganda. Scende dall’enorme Land Cruiser Toyota con cui è stata portata all’Aber Hospital. Scende da sola, con un salto, sotto lo sguardo vigile del (continua…)
UNICEF (press release) – New York, NY, USA Last year, UNICEF and the Italian non-governmental organization COOPI worked together to help reopen 104 schools in north-western CAR, allowing more than …
UNICEF (comunicato stampa) – New York, NY, Stati Uniti
Nell’ultimo anno, UNICEF e l’organizzazione non governativa italiana COOPI hanno lavorato insieme per riaprire 104 scuole nel nord-ovest della Repubblica Centrafricana, consentendo a più di …
E’ stata per me una grandissima soddisfazione vedere ieri la sala della Palazzina Liberty piena di gente venuta per una serata dedicata ai bambini del Sud del mondo.
Ci abbiamo messo tantissimo impegno, ci abbiamo creduto davvero molto: per i bambini lavoriamo tutti i giorni, siamo sempre a contatto con le loro storie, conosciamo bene le difficoltà in cui vivono.
Organizzare una serata per promuovere il sostegno a distanza era per me un’opportunità preziosissima per dare
“Mi chiamo Abail, ho 13 anni”, comincia a raccontare Olivier Elout. “Due anni fa è successo che una famiglia italiana ha iniziato ad aiutarmi e così posso andare a scuola”. Gli fa eco Soledad, orfana sieropositiva di 13 anni, attraverso la voce di Milvys Lopez Homen: “Quando mamma è morta, papà non mi voleva vicino. Ora frequento le Hogar San Camilo dove ho incontrato dei grandi che mi aiutano”. (continua…)
Il trio Minlan è un ensemble africana, diretta da Henri Olama, che si esibirà stasera a Milano alla “Notte delle Piccole Stelle”, evento speciale organizzato da COOPI e dedicato al Sostegno a distanza.
ecco un assaggio della loro performance dal vivo:
Vi aspettiamo stasera alla Palazzina Liberty di Milano!
Per maggiori info clicca qui.
Abail, 13 anni, racconta la sua.
A “La Notte delle Piccole Stelle” (10 luglio, Milano) ne ascolterai tante altre.
Nell’ambito dei progetti di sostegno a distanza in Peru’, Senegal, Sierra Leone, Uganda, Repubblica Centrafricana e Etiopia i nostri operatori sono costantemente a contatto con centinaia di bambini.
Tante sono le esperienze che hanno vissuto insieme a loro e molte anche le storie che hanno ascoltato.
Vogliamo riportarvi quella che Abail ha raccontato a Raffaele Z. (volontario in Repubblica Centrafricana). E’ solo una delle tante testimonianze che verranno lette in occasione de La Notte delle Piccole Stelle: una serata che abbiamo organizzato per giovedì 10 luglio alle 19.00 a Milano presso la Palazzina Liberty – Largo Marinai d’Italia.
Siete tutti invitati, venite con i vostri amici! Sarà l’occasione per conoscerci, riflettere insieme sulla condizione dei bambini del mondo, ascoltare brani di musica africana e assaporare cibi etnici per un viaggio con il gusto attraverso i paesi del mondo.
Mi chiamo Abail, ho 13 anni. Mio papà è morto e la mia mamma si è risposata con un altro uomo che pero’ non mi vuole bene e vorrebbe che io andassi a vivere con la famiglia di mio papà.
Due anni fa è successo che una famiglia italiana ha iniziato ad aiutarmi e così posso andare a scuola; mi piace studiare e lo faccio soprattutto perché voglio aiutare i miei fratelli, in particolare Bejamin che era piccolissimo quando papà è morto.
Voglio raccontarvi la storia del ragno e della tartaruga.
Pubblichiamo di seguito l’intervista rilasciata ad Agimondo.it da Ian Clifton Everst, coordinatore dei programmi psico-sociali di COOPI a favore dei bambini ex combattenti.
Oltre a lavorare con COOPI, Ian insegna alla Guildhall University di Londra e ha un’esperienza decennale in tema di coinvolgimento dei minori nei conflitti armati, basato sullo studio di casi in Sierra Leone, Nord Uganda e Repubblica Democratica del Congo.
Per leggere l’intero servizio di Agimondo.org, dedicato a COOPI e ai suoi programmi per il reinserimento dei bambini ex-soldato in Rep. Dem. del Congo, clicca qui.
Di cosa ha più bisogno una bambina o un bambino appena uscito dalle fila dei ribelli?
I problemi da affrontare sono molto diversi per i ragazzi e le ragazze. Coopi si è recentemente specializzata nel reinserimento di bambine coinvolte in conflitti. Molte di loro hanno problemi di salute, altre devono affrontare gravidanze indesiderate. Quello che ci impegniamo a fare, dopo le cure sanitarie, è sostenere con particolare attenzione il processo di reinserimento nella famiglia. Un percorso difficile e complesso, perché le ragazze che hanno subito violenze e quelle che tornano con una gravidanza o un figlio non sono più considerate come le altre. Una bambina abusata non ha più lo stesso ‘valore’ per la comunità e difficilmente potrà prendere marito e formare una famiglia. Questo ‘disonore’ è molto sentito in Nord Uganda e in Congo orientale, meno in Sierra Leone, dove comunque rappresenta sempre un grande problema.
Come favorite il reinserimento?
Innanzitutto cerchiamo di rendere i bambini produttivi e quindi economicamente utili alle famiglie. Questo facilita l’accoglienza. Poi iniziamo un percorso di sensibilizzazione dei genitori, oltre che degli altri membri della comunità e del villaggio, cercando di spiegare che i ragazzi sono stati le prime vittime del dramma subito dalla comunità: razzie, aggressioni, stupri, omicidi. Inoltre, parliamo agli adulti delle sofferenze subite dai piccoli al fronte e dei diritti che sono stati loro negati e che tuttora posseggono.
C’è il rischio che gli ex combattenti tornino violenti?
Quasi tutti i ragazzi tendono a perdere il rispetto per l’autorità familiare. In teoria possono anche essere pericolosi, ma non conosciamo troppi casi in cui siano stati violenti con membri della propria famiglia. Anche se è capitato che un ragazzo se la sia presa con il nostro staff, ad esempio. Un serio problema rispetto al reale recupero dal trauma è rappresentato comunque dal fatto che
Il 20 maggio 2008 è stato presentato a New York il nuovo Rapporto Globale sui bambini soldato, a cura della Coalizione Internazionale “Stop all’Uso dei Bambini Soldato!”.
Nel comunicato stampa (clicca qui per scaricarlo) lanciato oggi dalla Coalizione italiana, di cui COOPI fa parte, si rende noto che nonostante alcuni progressi compiuti dalla comunità internazionale per porre fine all’utilizzo dei bambini soldato, decine di migliaia di minori sono ancora impiegati in conflitti e restano esclusi dai programmi di disarmo e riabilitazione. E le bambine soldato sono le più penalizzate e invisibili.
Queste alcune delle conclusioni del Rapporto Globale sui Bambini Soldato (clicca qui per download), diffuso in Italia dalla Coalizione di cui fanno parte 10 associazioni: Alisei, Amnesty International-Sezione italiana, Cocis, Coopi, Focsiv, Intersos, Save the Children Italia, Telefono Azzurro, Terre des Hommes Italia e UNICEF Italia.
COOPI – Cooperazione Internazionale interviene concretamente a fianco dei bambini usciti da forze e gruppi armati e di bambine vittime di violenza sessuale in contesti di guerra.
Dopo una lunga esperienza in Sierra Leone (guarda il video) in cui COOPI ha avuto un ruolo leader nell’accompagnamento e inserimento di bambini soldati “demobilitati”, dal 2003 la nostra Associazione è intervenuta nell’est della Repubblica Democratica del Congo e nei distretti del Nord Uganda (guarda il videodel sostegno a distanza, alcune foto e la testimonianzadi Joyce) utilizzando le metodologie di lavoro già sperimentate con successo nel contesto sierraleonese.
Dal 2004 COOPI sostiene le attività di un centro di accoglienza e riabilitazione per ex bambini soldato e ragazze madri che si trova nella città di Pader, nel Nord Uganda, una delle aree più martoriate dalla guerra civile. Nel centro si offrono cure mediche, un’alimentazione adeguata e accompagnamento psico-sociale il cui obiettivo è affrontare la violenza subita e favorire l’inserimento famigliare e comunitario. Il numero di ex bambini soldato assistiti sta comunque diminuendo in rapporto all’evoluzione degli avvenimenti bellici.
Le prime due fasi di intervento di COOPI in RDC (Rep. Dem. del Congo) si sono basate invece sulla gestione di centri di transito (CTO) in cui veniva promosso un percorso socio-educativo e di re-integrazione comunitario e familiare dei ragazzi, gestiti prima direttamente e poi con l’ausilio di organizzazioni locali.
In partnership con UNICEF, sono stati aperti due CTO che hanno accolto un elevato numero di beneficiari: a Bunia 2.004 bambine vittime di violenze sessuale e a Kpandroma 1.694 minori (maschi e femmine).
In tempi più recenti la strategia si è orientata verso approcci fortemente radicati nei villaggi, sostituendo in parte i CTO con degli spazi comunitari che permettono una maggiore accettazione dei bambini, spesso discriminati e rifiutati a causa della loro esperienza forzata nei gruppi armati. Per colmare questa distanza sono stati inclusi nei programmi anche altri bambini vulnerabili della comunità, non associati in passato ai gruppi ribelli. Quest’approccio si è rilevato particolarmente favorevole per le bambine, che spesso non rientrano nei processi di de-mobilizzazione e “sfuggono” dunque ai programmi di inserimento.
Sempre in RDC è in corso un progetto in partnership con UNICEF nel dipartimento di Ituri che, basandosi sulle esperienze precedenti, ha come obiettivo l’assistenza e la reintegrazione di ex bambini soldato e di bambine vittime di violenza sessuale. Il programma coinvolge 3.600 bambini e bambine per facilitarne il reinserimento nelle famiglie e nei villaggi di appartenenza, migliorare l’assistenza psicologica, assicurare il ritorno a scuola del 30% dei beneficiari (circa 685 bambini) che partecipano alle attività dei centri e rafforzare le capacità delle strutture comunitarie e pubbliche che accompagnano il loro processo di reintegrazione.
Nasce Fondazioni4Africa, un’iniziativa che vede impegnate per la prima volta insieme quattro fondazioni di origine bancaria: Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariparma, Fondazione Cariplo e Fondazione Monte Paschi di Siena. Il progetto, presentato a Roma il 7 maggio, prevede due interventi nel Nord Uganda e nel Senegal, finanziati con le risorse messe a disposizione dalle quattro fondazioni: a budget 10,5 milioni di euro per i primi 3 anni. A operare direttamente sul campo saranno alcune organizzazioni italiane da sempre impegnate in iniziative a carattere umanitario e di cooperazione internazionale tra cui COOPI, unica ong fra quelle coinvolteche interverrà sia in Uganda che in Senegal per “Fondazioni4Africa”.
In Senegal le organizzazioni collaboreranno anche con alcune associazioni di migranti senegalesi in Italia.
Nel solco della propria missione filantropica, le Fondazioni hanno fatto da collettore, coinvolgendo numerosi enti e istituzioni, apportando però non solo le risorse economiche ma anche progettualità ed esperienze maturate in questi anni, e confermando così che oggi le Fondazioni di origine bancaria vivono una nuova era che le vede impegnate direttamente su importanti progetti propri, oltre la “vecchia” logica delle semplici erogazioni.
L’intervento nel Nord Uganda mira a sostenere il rientro degli sfollati dai campi IDP (Internally Displaced People: sfollati interni) ai villaggi d’origine o verso altri luoghi di insediamento, per promuovere lo sviluppo locale sostenibile e la pace nei distretti di Gulu, Amuru, Kitgum e Pader. Le organizzazioni operanti in Uganda
L’iniziativa in Senegal si propone invece di migliorare le condizioni economiche e sociali delle popolazioni che vivono in ambito rurale e peri-urbano in Senegal. La caratteristica peculiare dell’intervento è il coinvolgimento, fin dalle prime fasi di elaborazione e in tutti i settori d’intervento, di alcune associazioni di migranti senegalesi residenti in Italia. Le organizzazioni operanti in Senegal
Le foto che seguono sono state scattate durante le attività del progetto di COOPI in Nord Uganda per il reinserimento degli ex-bambini soldato e delle giovani mamme nelle loro comunità di origine.
Il progetto è stato co-finanziato dall’Agenzia per lo Sviluppo austriaca e da COOPI. In 20 anni di guerra e instabilità è stato stimato che circa 25.000 bambini siano stati rapiti dai ribelli dell’LRA (Lord Resistance Army) e impiegati come schiavi, soldati o spose forzate.
Marco Ferloni (bianco, al centro) – coordinatore dei progetti COOPI in Uganda – insieme a Efrem Fumagalli (bianco, a destra) – responsabile dei progetti COOPI per l’Uganda, a Milano – con lo staff del Centro COOPI a Oyam, in Uganda, che si occupa degli interventi di prevenzione e supporto alle donne vittime di violenza.
Il Reception Center di Pader, gestito dalla CCF – Christian Counseling Fellowship, ha lavorato con COOPI per facilitare la riconciliazione fra l’esperienza di convivenza forzata degli ex-bambini soldato nel “bush” (“foreste”) e il ritorno nelle loro comunità d’origine, fra la società civile.
In occasione della settimana della solidarietà organizzata dall’ Istituto comprensivo statale “De Pisis” di Brugherio in provincia di Milano dal 31 marzo al 4 aprile 2008, siamo andate a parlare ai bambini della storia di Lamunu Joyce, una ragazzina ugandese rapita dai ribelli nel suo villaggio e costretta a partecipare alla guerra.
La drammatica storia di Joyce ha un esito positivo: grazie al suo coraggio la bambina riesce a sfuggire per miracolo alla terribile sorte a cui sono irrimediabilmente condannati i suoi coetanei, e ora grazie all’adozione a distanza, ha potuto trasferirsi a Kampala e frequentare la scuola.
“ma uno in guerra può perdere un orecchio? e una mano? e un occhio? ci si fa male in guerra?”, i bambini chiedono con interesse, sono partecipi, capiscono i problemi di chi ha la loro età ma vive in un mondo completamente diverso, in cui fin (continua…)
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